sabato 13 gennaio 2018

LA MANGIATOIA è FINITA, !!ma davvero!!, skynet è già realtà in 3 paesi


UN PASSO AVANTI: ecco per Voi i nano generatori!

One step beyond: nano generators



di ALESSIA C.F. (ALKA) & FRIENDS http://liberticida.altervista.org
Recentemente abbiamo appreso (http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/biotech/2017/11/29/funziona-il-batterio-con-il-dna-potenziato-_bd894b58-33c7-4771-8607-0a35d4b0f02f.html) che si possono creare batteri semi-sintetici, capaci di creare forme di vita, un Dna riprogrammato.
Nell’esperimento alle lettere del Dna (A,T,G,C) hanno aggiunto le lettere X e Y, la biologia sintetica è oggi capace di creare organismi il cui Dna è creato dalla mano umana. 
L’esperimento fa emergere che l’aggiunta delle lettere X e Y non hanno alterato il funzionamento del batterio, si replicava in modo innocuo trasmettendole alle successive generazioni. In un futuro non molto lontano arriveremo a una base di 6 elementi GATTACAXXY che magari non può essere più attaccato da nessun virus.
Sempre perché “se non creiamo non ci divertiamo” (http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/biotech/2017/01/24/il-batterio-con-il-dna-potenziato-ha-imparato-a-crescere-_017d54df-ee56-4c45-9db1-9d72d004aaa7.html), nel 2017 si è ben pensato che oltre a riprodurli con tali variazioni era anche giusto crescerli. Oltre a crescere il batterio con il Dna potenziato (http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/biotech/2014/05/07/piu-vicina-la-vita-artificiale-con-il-dna-potenziato_71d974fb-71e2-46d4-9033-a5a74d1ac9cd.html), quest’ultimo, ora, sostiene un nuovo tipo di vita e sa anche modificare la ricetta alla base del mondo vivente.
L'abbiamo irrobustito, gli abbiamo insegnato a crescere ed adesso è in grado di difendersi dalle insidie esterne. Una forma di vita autonoma in grado di crescere producendo proteine a 6 lettere che “in natura non potrebbero esistere”. 
Attraverso il Dna dei batteri modificati vorrebbero studiare “nuove forme di vita e nuove funzioni”.
Ma ora arriviamo al passo successivo: abbinare robot al Dna per compiti nanoscopici (http://www.lescienze.it/news/2017/09/15/news/robot_dna_autonomi-3663436/), hanno sperimentato un robot nanoscopico costituito da un solo filamento di DNA in grado di muoversi autonomamente.
Durante l’esperimento ha evidenziato la piena capacità d'assolvere il lavoro assegnato, di usare una quantità di energia molto bassa, di essere modulare e di poter essere assemblato per espletare compiti differenti, un robot a DNA dalle applicazioni illimitate. “What could possibly go wrong? Eventually, low probability events will occur!”
Dal fuoco in poi, nessuna tecnologia non è sfuggita al controllo, almeno una volta.
Di cosa hanno bisogno un essere “vivente” e un nanobot?
1. D' energia
2. Di replicarsi
3. D' adattarsi all’ambiente
Il team di ingegneri dell’Università di Alberta ha sviluppato un sistema per produrre energia elettrica in grado di ricaricare dispositivi palmari o sensori che monitorano qualsiasi cosa, dalle condutture agli impianti medici (https://phys.org/news/2017-12-power-electrical-devices.html).
La scoperta migliorerà i dispositivi nanogeneratori che saranno in grado di produrre un flusso continuo di alta corrente. I nanogeneratori saranno capaci di raccogliere energia per dispositivi elettrici basati su movimento e vibrazioni su nanoscala: un motore, il traffico della strada, un battito cardiaco.
Già adesso gli studi sulle nanotecnologie permettono a queste di autoriprodursi (https://www.nature.com/articles/s41598-017-17453-4 e https://motherboard.vice.com/it/article/ypb777/incombente-estinzione-genere-umano), nanobots creati per disassemblare i materiale con cui vengono a contatto e capaci di replicarsi.
Esiste il “remoto” problema che possano riprodursi in modo elevato e in tempi relativamente brevi, ma l’essere umano non si spaventerà davanti a uno sciame di nanobots. Vero?
Le nazioni tecnologicamente avanzate desiderano detenere sempre nuove armi al massimo livello possibile.
E’ meglio avere meno reclute (http://www.intelligent-aerospace.com/articles/2017/01/swarming-drones-research.html e http://www.intelligent-aerospace.com/articles/2018/01/lockheed-martin-engineering-networked-collaborative-missile-capable-of-swarming-for-air-force.html) ma montagne di sciami di micro droni, AI, robottini che si replicano da soli e a cui non devi inviare pacchi di batterie continuamente; alla fine conta anche la logistica in guerra.
Più piccoli sono, e le armi convenzionali non serviranno a nulla per difendersi.
Ho trovato un fantastico video con relativa dimostrazione dei nuovi droni, fantastica la frase “Noi pensiamo in Grande” “Uccidere senza Rischio”, guardate il video: potete settare i sottotitoli in italiano come ho fatto io!

NON SI POSSONO FERMARE !!!
Si sta formando una squadra notevole, ed abbinata, insieme faranno apparire la mitologica Skynet come una favoletta per bimbi.
When you see something that is technically sweet, you go ahead and do it and you argue about what to do about it only after you have had your technical success. That is the way it was with the atomic bomb!

deca

"Ilici, siete già morti ed ancora non ci volete credere!!!"

domenica 31 dicembre 2017

IN THE DAYS OF PERKY PAT (ovvero il proto romanzo di LE TRE STIMMATE DI PALMER ELDRITCH)


Le note in corsivo sono di Philip K. Dick. L'anno di composizione appare fra parentesi, alla fine della nota stessa.

La data che segue il titolo del racconto è quella in cui il manoscritto è stato ricevuto dall'agente di Dick, secondo gli archivi dell'Agenzia letteraria Scott Meredith.

L'assenza di data significa che non esiste alcuna indicazione cronologica. Il nome di una rivista seguito dal mese e dall'anno indica la prima pubblicazione su rivista del racconto.

Un titolo alternativo riportato di seguito a quello del racconto indica il titolo originariamente scelto da Dick, come riportato negli archivi dell'Agenzia.

THE DAYS OF PERKY PAT («In the Days of Perky Pat») 18/04/1963; Amazing, dic. 1963

L'ispirazione per «The Days of Perky Pat» mi venne in un lampo quando vidi le mie bambine giocare con le bambole Barbie. Capii subito che evidentemente queste bambole così sviluppate anatomicamente non erano fatte per i bambini o, per essere più precisi, non avrebbero dovuto. Barbie e Ken erano due adulti in miniatura. L'idea era che fosse necessario l'acquisto di innumerevoli nuovi vestiti se si voleva che Barbie e Ken mantenessero il tenore di vita cui erano abituati.

Ebbi delle visioni di Barbie che veniva nella mia camera da letto di notte e mi diceva: «Ho bisogno di una pelliccia di visone.» O, ancora peggio: «Ehi, gigante… vuoi un passaggio a Las Vegas con la mia Jaguar XKE?»

Temevo che mia moglie mi trovasse insieme a Barbie e mi sparasse.

La vendita di «The Days of Perky Pat» ad Amazing fu un buon affare perché a quei tempi Cele Goldsmith era editor di Amazing ed era uno dei migliori editor del settore. Avram Davidson di Fantasy & Science Fiction l'aveva rifiutato, ma successivamente mi disse che se avesse saputo delle bambole Barbie probabilmente l'avrebbe comprato.

Non riuscivo ad immaginare che qualcuno potesse ignorare l'esistenza della bambola Barbie. Dovevo fare costantemente i conti con lei e con i suoi costosi acquisti. Era come il problema di far funzionare il mio televisore: aveva sempre bisogno di qualcosa, e così anche Barbie.

Ho sempre pensato che Ken si dovesse comprare i vestiti da solo.

A quei tempi - i primi anni Sessanta - scrivevo molto, ed alcuni dei miei racconti e romanzi migliori provengono da quel periodo. Mia moglie non mi faceva lavorare in casa, per cui presi in affitto una piccola baracca per 25 dollari al mese e ci andavo a piedi tutte le mattine.

Si trovava in campagna.

Recandomi lì vedevo alcune mucche al pascolo e il mio gregge di pecore che non faceva altro che arrancare dietro la pecora con il campanaccio. Mi sentivo terribilmente solo, chiuso nella mia baracca tutto il giorno.

È possibile che sentissi la mancanza di Barbie, che si trovava nella casa grande con i bambini. Per cui, forse «The Days of Perky Pat» è la soddisfazione fantastica di un mio desiderio: mi sarebbe piaciuto molto vedere Barbie - o Perky Pat o Connie - affacciarsi alla porta della mia baracca.

Si affacciò invece qualcosa di terribile: la visione del volto di Palmer Eldritch, che divenne la base del romanzo Le tre stimmate di Palmer Eldritch, che nasce dal racconto di Perky Pat.

Un giorno mentre camminavo per la campagna verso la mia baracca, non vedendo l'ora di cominciare le mie otto ore filate di scrittura, in isolamento totale da tutti gli altri esseri umani, guardai in alto nel cielo e vidi un volto.

Non lo vidi veramente, ma il volto era lì, e non era un volto umano; era il grande volto del male assoluto. Mi rendo conto ora (e soltanto vagamente all'epoca) cosa fu a provocare quella visione:

i mesi di isolamento, di privazione di ogni contatto umano, in effetti, di vera e propria privazione sensoriale… ad ogni modo il volto non si poteva negare.

Era immenso; riempiva un quarto del cielo. Al posto degli occhi aveva delle vuote fessure - era metallico e crudele e, cosa peggiore di tutte, era Dio.

Andai in auto alla chiesa, la Chiesa Episcopale di Santa Columbia, e parlai con il mio prete. Lui giunse alla conclusione che avevo avuto un'intuizione di Satana e mi diede l'unzione - non l'estrema unzione; solo un'unzione per guarire.

Non mi fece alcun effetto; il volto metallico nel cielo rimase.

Ero costretto ogni giorno a camminare sotto il suo sguardo.

Anni dopo - avevo scritto ormai da molto tempo The Three Stigmata of Palmer Eldritch e l'avevo venduto a Doubleday, il mio primo romanzo venduto a Doubleday - mi imbattei in un'immagine di quel volto in un numero della rivista Life.

Era, semplicemente, una cupola di osservazione costruita dai francesi sulla Marna durante la prima guerra mondiale.

Mio padre aveva combattuto nella Seconda Battaglia della Marna; era stato con il Quinto Marines, uno dei primi gruppi di soldati americani a sbarcare in Europa e a combattere in quella guerra terribile.

Quando ero un ragazzino molto piccolo, lui mi aveva mostrato la sua uniforme e la sua maschera antigas, l'intero equipaggiamento di filtraggio, e mi aveva raccontato di come i soldati si facessero prendere dal panico durante gli attacchi con il gas, quando il carbone dei loro sistemi di filtraggio diventava saturo, e di come a volte un soldato impazzisse, si togliesse la maschera e si mettesse a correre.

Da ragazzino mi riempiva d'angoscia ascoltare i racconti di guerra di mio padre e guardarlo mentre giocava con la maschera antigas e l'elmetto; ma quello che mi impauriva di più era quando si metteva la maschera.

Il suo volto scompariva. L'essere che avevo davanti non era più mio padre. Non era più nemmeno un essere umano. Io avevo solo quattro anni. Poi mia madre e mio padre divorziarono e io non lo rividi per anni. Ma la visione di lui che indossava la maschera antigas, insieme ai suoi racconti di uomini con le budella penzoloni, uomini distrutti dallo shrapnel…

Qualche decennio dopo, nel 1963, mentre camminavo da solo giorno dopo giorno lungo quella strada di campagna senza qualcuno con cui parlare, qualcuno che mi facesse compagnia, mi apparve di nuovo quel volto di metallo, cieco, inumano, ma ora trascendente e vasto, e assolutamente malvagio.

Decisi di esorcizzarlo scrivendone, e ne scrissi, e quella visione se ne andò. Ma avevo visto il malvagio in volto, e dissi allora e dico anche adesso: «Il malvagio indossa un volto di metallo.» Se lo volete vedere anche voi, guardate un'immagine della maschera di guerra dei Greci dell'età Attica.

Quando gli uomini vogliono ispirare terrore e uccidere indossano quelle maschere di metallo, i cavalieri cristiani contro cui combatté Alexander Nevsky indossavano maschere simili: se avete visto il film di Eisenstein sapete di cosa sto parlando. Sembravano tutti uguali.

Non avevo visto l'Alexander Nevsky quando scrissi Le tre stimmate, ma lo vidi in seguito e mi riapparve la cosa che era apparsa sospesa in cielo nel 1963, la cosa in cui si era trasformato mio padre quando ero bambino.

Per cui Le tre stimmate è un romanzo che venne fuori da potenti paure ataviche presenti in me, paure che risalivano alla mia prima infanzia e senza dubbio si ricollegavano al mio dolore e alla solitudine quando mio padre ci abbandonò.

Nel romanzo mio padre appare sia come Palmer Eldritch (il padre cattivo, il padre-maschera diabolica) che come Leo Bulero, l'individuo tenero, burbero, caloroso, affettuoso, umano.
Il romanzo che ne scaturì proveniva dalla più grande angoscia possibile; nel 1963 stavo rivivendo l'isolamento originario che avevo provato quando avevo perso mio padre, e l'orrore e la paura espressi nel romanzo non sono sentimenti fittizi elaborati apposta per interessare il lettore; provenivano dalla parte più profonda di me: il desiderio del buon padre e la paura del padre cattivo, il padre che mi aveva abbandonato.

Trovai nel racconto «In the days of Perky Pat» un veicolo che potevo tradurre in una base tematica per il romanzo che volevo scrivere. Ora, capite, Perky Pat è l'eterna seduzione femminile, das ewige Weiblichkeit - 'l'eterno femminino', per dirla con Goethe.
L'isolamento generò il romanzo e il desiderio generò il racconto; per cui il romanzo è un misto tra questa paura di essere abbandonato e la fantasia della donna bellissima che vi sta aspettando - da qualche parte, ma Dio solo sa dove; devo ancora scoprirlo.

Ma se te ne stai seduto da solo, giorno dopo giorno, alla tua macchina da scrivere, sfornando un racconto dopo l'altro e non avendo qualcuno con cui parlare, qualcuno che ti tenga compagnia, anche se hai una moglie pro forma e quattro figlie dalla cui casa sei stato espulso, bandito in una piccola baracca talmente fredda in inverno che l'inchiostro si congela sul nastro della macchina, be', scriverai di un volto di ferro con fessure al posto degli occhi e di calde, giovani donne. E così feci.

E così faccio ancora.

Le reazioni a Le tre stimmate furono contrastanti. In Inghilterra, alcuni recensori lo descrissero come un romanzo blasfemo. Terry Can, che all'epoca era il mio agente all'Agenzia Scott Meredith, mi disse qualche tempo dopo: «Quel romanzo è folle» anche se successivamente cambiò opinione.

Alcuni recensori lo trovarono un romanzo profondo. Io lo trovo semplicemente terrificante. Non fui in grado di correggerne le bozze perché mi spaventava a morte.

È un oscuro viaggio nel mistico e nel soprannaturale e nell'assolutamente malvagio come lo intendevo all'epoca. Diciamo che vorrei che Perky Pat si affacciasse alla mia porta, una volta o l'altra, ma tremo all'idea che, quando sentirò bussare, ci sarà Palmer Eldritch fuori ad aspettarmi, e non Perky Pat.

A essere sinceri, nessuno dei due si è fatto vedere nei circa diciassette anni che sono trascorsi da quando ho scritto il romanzo.

Suppongo che sia così che va la vita: ciò che temi di più non si verifica mai, ma lo stesso vale anche per ciò che desideri di più. Questa è la differenza tra la vita e la finzione.

Suppongo che ci guadagniamo nel cambio. Ma non ne sono sicuro. (1979) - [Philip Kindred Dick ci lasciò il 2 marzo 1982 a Santa Ana in California]
Le soprastanti note autografe del genio della letteratura mondiale Philip Kindred Dick, il migliore in assoluto tra gli scrittori del genere fantascientifico e forse uno dei migliori scrittori in assoluto, sono tratte dalla raccolta di racconti 'Tutti I Racconti Volume Quarto' (The Collected Stories of Philip K. Dick, 1987) antologia di Urania [che Vi esorto a comprare].
Il sottostante racconto lungo è tratto da PHILIP K. DICK - I GIORNI DI PERKY PAT ed altre storie (2002) - Fanucci Editore, collana Immaginario [che Vi esorto a comprare].

I giorni di Perky Pat

Traduzione di Paolo Prezzavento

Alle dieci del mattino il terribile suono della sirena, a lui familiare, svegliò di soprassalto Sam Regan, che mandò subito al diavolo il curagazzo di sopra; sapeva che il baccano era deliberato. Il curagazzo, che volava in cerchio, voleva accertarsi che anche i casuali - e non solamente gli animali selvaggi - ricevessero i pacchi-cura che si dovevano sganciare.

Arrivo, arrivo, disse fra sé Sam Regan mentre chiudeva la cerniera della sua tuta anti-polvere, calzava gli stivali e si avviava il più lentamente possibile verso la rampa, molto seccato. Diversi altri casuali si unirono a lui, mostrando tutti la stessa irritazione.

«Oggi è decisamente presto» si lamentò Tod Morrison. «E ci scommetto che sono tutti generi di prima necessità, zucchero, farina e lardo - niente di interessante come ad esempio le caramelle.»

«Dovremmo essere riconoscenti» disse Norman Schein.

«Riconoscenti?» Tod si fermò a guardarlo. «RICONOSCENTI?»

«Sì» ribadì Schein. «Cosa pensi che avremmo mangiato senza di loro? Se loro non avessero visto le nubi dieci anni fa?»

«Be',» disse Tod con fare scontroso «non mi piace che vengano così presto; a dire il vero proprio non mi interessa che vengano.»

Mentre appoggiava le spalle contro il parapetto in cima alla rampa, Schein aggiunse tutto gioviale: «Molto gentile da parte tua, caro Tod. Sono sicuro che i curagazzi sarebbero contenti di sapere come la pensi.»

Di tutti e tre, Sam Regan fu l'ultimo a raggiungere la superficie; non gli piacevano quelli che abitavano di sopra, e non gli interessava se qualcuno lo venisse a sapere. E comunque, nessuno poteva costringerlo a lasciare l'ambiente sicuro del Pozzo-di-Fortuna di Pinole; era una decisione che spettava soltanto a lui, e notò che un certo numero dei suoi compagni casuali avevano scelto di rimanere sotto nei propri alloggi, sicuri che chi avrebbe risposto alla sirena avrebbe riportato indietro qualcosa.

«C'è molta luce» mormorò Tod, socchiudendo gli occhi per il sole.

La nave-cura balenò sopra di loro, contro il cielo grigio, come se pendesse da un esile filo. Buon pilota, questa volta, decise Tod. Lui, o piuttosto esso, lo manovra con comodo, senza fretta. Tod fece cenno alla nave-cura; ancora una volta si sentì lo strepito dell'enorme sirena, e fu costretto a tapparsi le orecchie. Ehi, lo scherzo è bello quando dura poco, disse fra sé. Poi la sirena cessò; il curagazzo aveva rinunciato.

«Fagli cenno di sganciare» disse Norm Schein a Tod. «Tu hai la bandiera di segnalazione.»

«Certo» rispose Tod, e cominciò a sventolare laboriosamente la bandiera rossa, fornita loro tanto tempo fa dalle creature marziane, avanti e indietro, avanti e indietro.

Da sotto la nave sgusciò fuori un proiettile, che aprì subito gli stabilizzatori e cominciò a scendere con un movimento a spirale sul terreno.

«Merda» disse Sam Regan con disgusto. «Sono generi di prima necessità; non hanno il paracadute.» Volse le spalle al proiettile, mostrando in questo modo il suo disinteresse.

Che aspetto desolato ha il mondo in superficie questa mattina, pensò, mentre guardava la scena che si svolgeva intorno a lui. Lì, sulla destra, la casa incompiuta che qualcuno - non lontano dal pozzo - aveva cominciato a costruire con il legname salvato da Vallejo, tre chilometri più a nord. Gli animali o la polvere radioattiva avevano fatto fuori il costruttore, e pertanto il suo lavoro era rimasto esattamente com'era; non sarebbe mai stato utilizzato. Si accorse che si era formato un deposito insolitamente pesante dall'ultima volta che era stato lì, giovedì mattina o forse venerdì; aveva perso l'esatta cognizione del tempo. La maledetta polvere, pensò. Solo rocce, pezzi di macerie, e la polvere. Il mondo sta diventando un oggetto sporco di polvere e nessuno lo ripulisce regolarmente. E tu? chiese silenzioso al curagazzo marziano che volava in lenti cerchi sopra la sua testa. Non è forse illimitata la tua tecnologia? Non potresti apparire una mattina con un panno per la polvere grande un milione di chilometri quadrati e far luccicare di nuovo il nostro pianeta come nuovo?

O piuttosto, pensò, come vecchio, così com'era ai 'vecchi tempi', come li chiamano i bambini. Ci piacerebbe. Visto che stai cercando di aiutarci in qualche modo, prova a fare questo.

Il curagazzo fece un altro giro in cerca di segni di scrittura nella polvere: un messaggio dei casuali di sotto. Scriverò questo, pensò Sam: PORTATE UN PANNO PER LA POLVERE, RESTAURATE LA NOSTRA CIVILTÀ. Okay, curagazzo?

All'improvviso la nave-cura sfrecciò, senza dubbio stava tornando a casa, alla sua base su Luna o forse fino a Marte.

Dall'apertura del pozzo, da cui erano usciti per primi loro tre, apparve un'altra testa, una donna. Era Jean Regan, la moglie di Sam, protetta da un cappellino contro il grigio sole accecante. Con un'espressione accigliata sul volto, chiese: «Qualcosa di importante? Qualcosa di nuovo

«Temo di no» disse Sam. Il proiettile con il pacco-cura era atterrato e lui si incamminò in quella direzione, strascicando gli stivali nella polvere. La testata del proiettile si era rotta nell'impatto e riusciva già a vedere i canestri. Sembravano 1.500 chili di sale - tanto valeva lasciarlo lì, così gli animali non sarebbero morti di fame, decise. Si sentiva avvilito.

Come si preoccupavano i curagazzi. Si preoccupavano costantemente che i generi di sostentamento venissero trasportati dal loro pianeta sulla Terra. Forse pensano che stiamo tutto il giorno a mangiare, pensò Sam. Dio mio... il pozzo era pieno fino all'orlo di cibi immagazzinati. Ma naturalmente era uno dei più piccoli rifugi pubblici nella California del Nord.

«Ehi» disse Schein, chinandosi sul proiettile e guardando dentro la spaccatura che si era aperta sul fianco. «Penso di aver visto qualcosa che possiamo utilizzare.» Trovò un palo di metallo arrugginito - una volta era servito a rinforzare la parete di cemento di un edificio pubblico dei vecchi tempi - e lo puntò contro il proiettile, mettendo in azione il suo meccanismo di rilascio. Il meccanismo scattò, aprì la parte posteriore del proiettile... ed ecco il contenuto.

«Sembra che ci siano delle radio in quella scatola. Radio a transistor» disse Tod. Poi, tirandosi meditabondo la corta barbetta nera, aggiunse: «Fosse possiamo utilizzarle per introdurre qualche novità nelle nostre composizioni.»

«La radio ce l'ho già» fece notare Schein.

«Be', allora costruisci una falciatrice elettronica automatica con i pezzi delle radio. Quella non ce l'hai, no?» Tod conosceva piuttosto bene la composizione Perky Pat degli Schein; le due coppie, lui e sua moglie con Schein e la moglie, avevano giocato parecchio insieme, e si trovavano quasi alla pari per numero di partite vinte.

Sam Regan si intromise: «Le radio spettano a me, perché so come utilizzarle.» Alla sua composizione mancava l'apertura automatica del garage che avevano sia Schein che Tod; del resto, le loro composizioni erano nettamente superiori.

«Mettiamoci al lavoro» convenne Schein. «Lasceremo qui i generi di prima necessità e trasporteremo solo le radio. Se qualcuno vuole i generi di prima necessità, che se li venga a prendere. Prima che lo facciano gli pseudo-gatti.»

Annuendo, gli altri due uomini cominciarono a trasportare il contenuto utilizzabile del proiettile fino all'entrata del pozzo. Per arricchire le loro preziose, elaborate composizioni Perky Pat.


Seduto a gambe incrociate con la sua cote, Timothy Schein, un ragazzino di dieci anni consapevole delle sue tante responsabilità, stava affilando il suo coltello, lentamente e con mano esperta. Nel frattempo sua madre e suo padre lo disturbavano litigando rumorosamente con il signore e la signora Morrison, dall'altra parte del divisorio. Stavano giocando di nuovo a Perky Pat. Come al solito.

Quante volte al giorno devono giocare a quello stupido gioco? si chiese Timothy. Per sempre, immagino. Lui non ci trovava nulla di interessante, eppure i suoi genitori continuavano a giocare. E non erano i soli; sapeva, da quello che dicevano altri ragazzini, spesso di altri pozzi, che anche i loro genitori giocavano a Perky Pat gran parte del giorno, e a volte anche la notte.

Sua madre disse a voce alta: «Perky Pat sta andando dal fruttivendolo, e il fruttivendolo ha uno di quei meccanismi di apertura con l'occhio elettronico. Guarda.» Ci fu una pausa. «Vedi, si è aperta per farla entrare, e ora lei è dentro.»

«Sta spingendo un carrello della spesa» aggiunse il padre di Timothy, a sostegno della moglie.

«No, stai sbagliando» lo contraddisse la signora Morrison. «Lei dà la lista al fruttivendolo, e il fruttivendolo lo riempie.»

«Si fa solo nelle piccole comunità» spiegò sua madre. «E questo è un supermarket, si capisce dalla porta con l'occhio elettronico.»

«Sono sicura che qualsiasi fruttivendolo aveva la porta con l'occhio elettronico» disse testarda la signora Morrison, e suo marito si associò subito a lei. Ora le voci stavano diventando furiose; era scoppiata un'altra lite. Come al solito.

Andate tutti a quel paese, disse Timothy fra sé, usando l'espressione più forte che lui e i suoi amici conoscessero. In fin dei conti, cos'è un supermarket? Provò il filo del suo coltello - lo aveva ricavato, originariamente, da una pesante padella di metallo - poi lo lanciò ai suoi piedi. Un momento dopo stava già correndo lungo il corridoio e bussò, secondo il segnale convenuto, alla porta dell'alloggio dei Chamberlain.

Fred, anche lui un ragazzino di dieci anni, venne ad aprire: «Ciao. Sei pronto? Vedo che hai affilato quel tuo vecchio coltello; cosa pensi che prenderemo?»

«Non certo uno pseudo-gatto» disse Timothy. «Qualcosa di molto meglio; sono stufo di mangiare pseudo-gatti. Troppo saporiti.»

«I tuoi genitori stanno giocando a Perky Pat?»

«Sì.»

Fred disse: «Mia madre e mio padre sono via da tanto tempo, a giocare con i Bentley.» Guardò di soppiatto Timothy, e in un istante si ritrovarono d'accordo nel muto disappunto nei confronti dei loro genitori. Perdio, forse quel maledetto gioco si stava ormai diffondendo in tutto il mondo; una cosa che non li avrebbe certo sorpresi.

«Come mai i tuoi genitori ci giocano?» chiese Timothy.

«Per lo stesso motivo per cui ci giocano i tuoi» rispose Fred.

Esitante, Timothy disse: «Be', perché? Non so perché lo fanno; te lo sto chiedendo... tu lo sai?»

«Ci giocano perché...» Fred si interruppe. «Chiedilo a loro. Andiamo; andiamo di sopra e cominciamo la caccia.» Gli brillavano gli occhi. «Vediamo cosa riusciamo a prendere e uccidere oggi.»


In breve tempo, salirono su per la rampa, aprirono il coperchio, e stettero acquattati tra la polvere e le rocce, a guardare l'orizzonte. A Timothy batteva forte il cuore; gli dava sempre una forte emozione questo istante, il momento in cui si arrivava di sopra. L'elettrizzante veduta iniziale della distesa di polvere. Perché non era mai uguale. La polvere, particolarmente pesante quella mattina, aveva un colore grigio più scuro che mai; sembrava più densa, più misteriosa.

Qui e là, coperti da molti strati di polvere, giacevano pacchi sganciati dalle navi di rifornimento - sganciati e lasciati lì a marcire. Mai reclamati da nessuno. Notò anche che quella mattina era arrivato un nuovo proiettile. Si riusciva a vedere quasi tutto il carico all'interno; gli adulti non sapevano cosa farsene della maggior parte del contenuto.

«Guarda» disse Fred a bassa voce.

Si vedevano due pseudo-gatti - cani o gatti mutanti, nessuno lo sapeva per certo - che stavano annusando il proiettile. Attratti dal suo contenuto non reclamato.

«Non ci interessano» obiettò Timothy.

«Quello lì è bello e grasso» rispose Fred, tradendo un certo desiderio. Ma era Timothy che aveva il coltello; lui aveva soltanto una stringa con un bullone di metallo alla estremità, una specie di fionda che poteva uccidere un uccello o un piccolo animale a distanza - ma inutile contro uno pseudo-gatto, che generalmente pesava dai cinque ai sette chili, e a volte anche di più.

Su nel cielo un punto si muoveva con una velocità incredibile, e Timothy capì che era una nave-cura che si dirigeva verso un altro pozzo, portando delle provviste. Certo che sono indaffarati, pensò fra sé. Quei curagazzi vanno sempre avanti e indietro; non si fermano mai, perché se lo fanno, gli adulti morirebbero. Non sarebbe un vero peccato? pensò ironicamente. C'era da mettersi a piangere.

Fred disse: «Fagli cenno e forse sgancerà qualcosa.» Sorrise a Timothy, poi entrambi scoppiarono a ridere.

«Certo» esclamò Timothy. «Vediamo; che cosa voglio?» Di nuovo tutti e due risero all'idea di desiderare qualcosa. I due ragazzini avevano tutto il mondo di sopra per loro, a perdita d'occhio... ne avevano anche di più dei curagazzi, e questo era abbastanza, anzi, più che abbastanza.

«Pensi che loro lo sappiano?» disse Fred, «...che i nostri genitori giocano a Perky Pat con mobili costruiti utilizzando ciò che lasciano cadere? Scommetto che non sanno di Perky Pat; non hanno mai visto una bambola Perky Pat, perché se l'avessero vista sarebbero veramente arrabbiati.»

«Hai ragione» confermò Timothy. «Sarebbero così arrabbiati che probabilmente la smetterebbero di buttare giù roba.» Lanciò un'occhiata a Fred, incrociando il suo sguardo.

«Ah, no» disse Fred. «È meglio che non glielo diciamo; altrimenti tuo padre ti picchierà di nuovo, e probabilmente picchierà anche me.»

Anche così, era un'idea interessante. Immaginava dapprima la sorpresa e poi la rabbia dei curagazzi; sarebbe stato troppo divertente assistere alla scena, vedere la reazione di quelle creature marziane a otto gambe che avevano così tanta carità nei loro corpi gonfi come vesciche, gli organismi cefalopodi univalvi simili a molluschi che avevano volontariamente assunto l'incarico di fornire assistenza ai resti in declino della razza umana... Ecco come veniva ricambiata la loro carità, ecco a quale scopo profondamente inutile e stupido venivano utilizzati i loro beni. Questo stupido gioco Perky Pat cui giocavano tutti gli adulti.

E in ogni caso sarebbe stato molto difficile dirglielo; non c'era quasi comunicazione tra gli umani e i curagazzi. Erano troppo diversi. Si potevano compiere atti, azioni, che significavano qualcosa... ma non comunicare con semplici parole, o semplici segni. E comunque...

Un grande coniglio marrone saltò alla loro destra, oltre la casa costruita solo a metà. Timothy sfoderò il coltello. «Ragazzi!» disse ad alta voce eccitato. «Andiamo!» Partì all'inseguimento sul terreno pieno di macerie, con Fred appena dietro. Gradualmente presero a guadagnare terreno sul coniglio; i due ragazzini riuscivano a correre molto bene: avevano fatto molta pratica.

«Tira il coltello!» disse Fred ansimando, e Timothy, puntando i piedi in scivolata, alzò il braccio destro, si fermò per prendere la mira, e poi lanciò il coltello affilato e ben bilanciato. La cosa più preziosa che aveva, realizzata con le sue stesse mani.

Il coltello colpì il coniglio proprio agli organi vitali. La bestiola incespicò e scivolò, alzando una nuvoletta di polvere.

«Penso che possiamo ricavarci un dollaro!» esclamò Fred, saltando su e giù. «Solo la pelle - scommetto che possiamo ricavarne cinquanta centesimi, solo dalla dannata pelle!»

Insieme, si affrettarono verso il coniglio morto, volendo arrivarci prima che un falco dalla coda rossa o un gufo diurno si avventassero su di lui dal cielo grigio.


Chinandosi, Norman Schein prese la sua bambola Perky Pat e disse accigliato: «Io lascio; non voglio più giocare.»

Contrariata, sua moglie protestò: «Ma se abbiamo fatto arrivare la nostra Perky Pat in centro nella sua nuova Ford decappottabile con la capote rigida, l'abbiamo fatta parcheggiare mettendo un decino nel parchimetro, si è fermata e adesso si trova nella sala d'attesa dell'analista che legge la rivista Fortune... siamo molto più avanti dei Morrison! Perché vuoi lasciare, Norm?»

«Proprio non andiamo d'accordo» brontolò Norman. «Tu dici che gli analisti facevano pagare venti dollari l'ora; io invece ricordo distintamente che facevano pagare solo dieci dollari; nessuno poteva chiedertene venti. Per cui stai penalizzando la nostra parte, e Dio sa per quale motivo! I Morrison sono d'accordo sul fatto che sono solo dieci. Vero?» chiese al signore e alla signora Morrison, seduti all'altra estremità della composizione, che nasceva dall'unione dei set delle due coppie.

Helen Morrison chiese a suo marito: «Sei andato dall'analista più spesso di me. Sei sicuro che faceva pagare solo dieci dollari?»

«Be', sono andato soprattutto alle terapie di gruppo» disse Tod. «Alla Clinica Statale di Igiene Mentale di Berkeley, e loro facevano pagare in base alle tue possibilità. E Perky Pat invece si trova da uno psicanalista privato.»

«Dovremo chiedere a qualcun altro» disse Helen a Norman Schein. «Suppongo che in questo momento possiamo soltanto sospendere il gioco.» Si accorse che anche lei lo guardava male, ora, perché insistendo su questo punto aveva posto fine a un intero pomeriggio di gioco.

«Dobbiamo lasciare il gioco impostato così?» chiese Fran Schein. «Non mi sembra una cattiva idea; forse possiamo finire stasera dopo cena.»

Norman Schein guardò la loro combinazione unificata, i negozi eleganti, le strade ben illuminate con i nuovi modelli di auto parcheggiate, tutte luccicanti, la stessa casa a piani sfalsati dove Perky Pat viveva e intratteneva Leonard, il suo fidanzato. Era la casa che lui desiderava da sempre; la casa era il vero centro della composizione... di tutte le composizioni Perky Pat, per quanto diverse tra loro.

Il guardaroba di Perky Pat, per esempio, lì nell'armadio della casa, il grande armadio da camera. I suoi pantaloni alla pescatora, le camicette bianche di cotone, il due pezzi a pois, i maglioncini voluminosi... e lì, nella sua camera da letto, il suo impianto hi-fi, la sua collezione di dischi...

Una volta era stato veramente così, si viveva veramente così ai vecchi tempi. Norman Schein ricordava la sua collezione di dischi, e a quei tempi aveva dei vestiti eleganti quasi quanto quelli del fidanzato di Perky Pat, Leonard, giacche di cashmere e vestiti di tweed, camice sportive italiane e scarpe made in England. Non aveva mai avuto una Jaguar XKE sportiva, come Leonard, ma in compenso aveva avuto una vecchia Mercedes-Benz del 1963, che utilizzava per andare al lavoro e che faceva comunque la sua figura.

A quei tempi vivevamo, disse fra sé Norman Schein come vivono adesso Perky Pat e Leonard. Era veramente così.

Norm si rivolse a sua moglie, indicando la radio sveglia che Perky Pat teneva di fianco al letto: «Ricordi la nostra radio sveglia General Electronics? Come ci svegliava la mattina facendoci ascoltare la musica classica di quella stazione FM, la KSFR? Il programma si chiamava i 'Wolfgangers'. Ogni mattina dalle sei alle nove.»

«Sì» disse Fran, annuendo seria. «E tu di solito ti alzavi prima di me; sapevo che mi sarei dovuta alzare e preparare il bacon e il caffè per te, ma era così bello rimanere a letto, non alzarsi ancora per mezz'ora, finché non si svegliavano i bambini.»

«Svegliarsi, diamine; si alzavano prima di noi» disse Norm. «Non ti ricordi? Andavano in salone a guardare il film comico de 'I Tre Marmittoni' alla TV fino alle otto. Io mi alzavo e preparavo i cereali con il latte caldo per loro, poi andavo al lavoro alla Ampex di Redwood City.»

«Oh sì» disse Fran. «La TV.» La loro composizione Perky Pat non aveva un televisore; lo avevano perso a favore dei Regan nel corso di una partita la settimana precedente, e Norm non era ancora riuscito a costruirne un altro abbastanza realistico perché potesse sostituirlo. Così adesso, quando giocavano, facevano finta che 'era venuto l'addetto alle riparazioni e se l'era portato via'. Ecco come spiegavano il fatto che la loro Perky Pat non avesse qualcosa che in realtà avrebbe dovuto possedere.


Norm pensò: Giocare a questo gioco... è come essere di nuovo lì, ritrovarsi nel mondo com'era prima della guerra. Ecco perché giochiamo, credo. Si vergognava di questo, ma era solo una vaga sensazione; la vergogna, quasi subito, fu rimpiazzata dal desiderio di giocare ancora un po'.

«Non abbandoniamo il gioco» disse improvvisamente. «Sono d'accordo sul fatto che lo psicanalista avrebbe fatto pagare venti dollari a Perky Pat. Okay?»

«Okay» dissero in coro i Morrison, e si disposero ancora una volta a riprendere il gioco.

Tod Morrison aveva preso la sua Perky Pat; la teneva stretta, carezzandole i capelli biondi - era bionda, mentre quella degli Schein era bruna - e giocherellava con le fibbie della sua gonna.

«Che stai facendo?» gli chiese sua moglie.

«Che bella gonna ha» disse Tod. «L'hai cucita proprio bene.»

«Avete mai conosciuto una ragazza, ai vecchi tempi, che somigliasse a Perky Pat?» chiese Norm.

«No» rispose Tod Morrison tutto serio. «Tuttavia, mi sarebbe piaciuto incontrarla. Ho visto ragazze come Perky Pat, soprattutto quando vivevo a Los Angeles durante la guerra di Corea. Ma non sono mai riuscito a conoscerle di persona. E naturalmente c'erano delle cantanti meravigliose, come Peggy Lee e Julie London... somigliavano molto a Perky Pat.»

«Gioca» lo invitò Fran con vigore. E Norm, dato che era il suo turno, prese la trottola segnapunti e la fece girare.

«Undici» disse. «Questo fa uscire il mio Leonard dall'officina riparazioni per macchine sportive e lo fa dirigere al circuito delle corse.» E mosse in avanti il bambolotto di Leonard.

Immerso nei suoi pensieri, Tod Morrison disse: «Sapete, l'altro giorno stavo portando giù i beni deperibili che i curagazzi avevano scaricato... c'era anche Bill Ferner, e mi ha detto qualcosa di interessante. Ha incontrato un casuale di un pozzo che si trova dove una volta c'era Oakland. E sapete a che cosa giocano in quel pozzo? Non giocano a Perky Pat. Non ne hanno mai sentito parlare.»

«Be', allora a che cosa giocano?» chiese Helen.

«Hanno una bambola completamente diversa.» Facendo una smorfia, Tod continuò: «Bill dice che il casuale di Oakland la chiamava 'Connie, l'amica del cuore'. Ne avete mai sentito parlare?»

«'Connie, l'amica del cuore'» disse Fran pensosa. «Che strano. Mi chiedo come sia fatta. Ha un fidanzato?»

«Oh, certo» rispose Tod. «Si chiama Paul. Connie e Paul. Sapete, uno di questi giorni dovremmo andare a quel pozzo di Oakland per vedere come sono fatti Connie e Paul e come vivono. Forse potremmo imparare un po' di cose da aggiungere alle nostre composizioni.»

«Forse ci potremmo giocare» aggiunse Norm.

Sconcertata, Fran obiettò: «Può una Perky Pat giocare a fare la bambola Connie? È possibile? Mi chiedo cosa succederebbe.»

Nessuno rispose. Perché nessuno conosceva la risposta.


Mentre scuoiavano il coniglio, Fred disse a Timothy: «Da dove viene il nome 'casuale'? È proprio una brutta parola; perché la usano?»

«Un casuale è una persona che è sopravvissuta alla guerra all'idrogeno» spiegò Timothy. «Sai come si dice, scampato per caso. Un capriccio del caso. Capisci? Perché quasi tutti sono rimasti uccisi; una volta c'erano migliaia di persone.»

«Ma allora che cos'è un casuale? Quando tu dici 'un capriccio del caso...'»

«Essere un casuale significa che il caso ha deciso di risparmiarti» rispose Timothy, e quello era tutto ciò che aveva da dire sull'argomento. Non sapeva altro.

Dopo averci pensato un po', Fred disse: «Ma io e te non siamo casuali, perché non eravamo in vita quando è scoppiata la guerra. Siamo nati dopo.»

«Giusto» replicò Timothy.

«Per cui chiunque mi chiami un casuale verrà colpito in un occhio dalla mia fionda» concluse Fred.

«Anche 'curagazzo' è una parola inventata» aggiunse Timothy. «Deriva dal fatto che i pacchi sganciati dai jet e dalle navicelle e destinati ai sopravvissuti in un'area disastrata, venivano chiamati 'pacchi-cura' perché provenivano da esseri infantili che hanno cura degli altri.»

«Lo so» disse Fred. «Non te l'avevo chiesto.»

«Be', te l'ho detto lo stesso» disse Timothy.

I due ragazzi continuarono a scuoiare il coniglio.



Jean Regan disse al marito: «Hai sentito cos'ha detto Tod a proposito della bambola Connie?» Lanciò un'occhiata alla lunga, ruvida tavola per accertarsi che nessuna delle altre famiglie stesse ascoltando. «Sai Sam, l'ho saputo da Helen Morrison; lei l'ha sentito dire da Tod e lui l'ha sentito dire da Bill Ferner, credo. Per cui probabilmente è vero.»

«Cos'è vero?» disse Sam.

«Che nel pozzo di Oakland non hanno Perky Pat; hanno una bambola Connie... e mi è venuto in mente che forse un po' di questo... sai, questo senso di vuoto, questa noia che sentiamo di tanto in tanto... forse, se vedessimo come vive la bambola Connie, potremmo arricchire la nostra composizione per...» Si fermò a riflettere. «Per renderla più completa.»

«Il nome non mi incuriosisce affatto» disse Sam Regan. «Bambola Connie; non sembra un granché.» Prese una cucchiaiata di quella insipida zuppa di cereali che i curagazzi avevano sganciato di continuo, negli ultimi tempi. E, con la bocca piena, pensò: scommetto che Connie non mangia robaccia di questo genere; scommetto che mangia cheeseburgers in tutte le salse, in un drive-in molto sofisticato.

«Potremmo fare una passeggiata fin lì» suggerì Jean.

«Fino al pozzo di Oakland?» Sam la guardò fisso. «Sono venti chilometri, fino all'altro lato del pozzo di Berkeley!»

«Ma è una cosa importante» disse testarda Jean. «E Bill dice che un casuale proveniente da Oakland è venuto fin qui; in cerca di componenti elettronici o qualcosa del genere... per cui se lo può fare lui, possiamo riuscirci anche noi. Abbiamo le tute anti-polvere che ci hanno lanciato. So che possiamo farcela.»

Il piccolo Timothy Schein, seduto con la sua famiglia, aveva sentito tutto; ora intervenne, parlando ad alta voce. «Signora Regan, io e Fred Chamberlain potremmo andare a piedi fin lì, se ci pagate. Cosa ne dite?» Diede una gomitata a Fred, che sedeva accanto a lui. «Che ne dice? Per, diciamo... cinque dollari?»

Fred, serio in volto, si voltò verso la signora Regan e disse: «Potremmo portarle una bambola Connie. Per cinque dollari ciascuno.»

«Dio buono!» disse Jean Regan. Offesa da quella proposta, lasciò cadere la cosa.



Ma più tardi, dopo cena, riprese a parlarne, quando lei e Sam si ritrovarono soli nelle loro stanze.

«Sam, io devo vederla» sbottò lei. Sam stava facendo il suo bagno settimanale nella vasca galvanica, per cui fu costretto ad ascoltarla. «Ora che sappiamo che esiste, dobbiamo giocare contro qualcuno del pozzo di Oakland; almeno questo possiamo farlo, o no? Per favore.» Jean andava avanti e indietro per la stanza, con le mani intrecciate per la tensione. «Forse la composizione della bambola Connie ha una stazione di servizio e il terminal di un aeroporto con delle piste di atterraggio per i jet e una TV a colori e un ristorante francese dove servono escargot, come quello dove andammo io e te appena sposati... Devo proprio vedere la sua composizione.»

«Non so» disse Sam esitante. «C'è qualcosa nella bambola Connie che... mi mette a disagio.»

«Cosa potrebbe essere?»

«Non lo so.»

Jean disse sarcastica: «È perché sai che la loro composizione è molto meglio della nostra e lei vale molto più di Perky Pat.»

«Forse è per questo» mormorò Sam.

«Se tu non vai, se non cerchi di metterti in contatto con quelli del pozzo di Oakland, lo farà qualcun altro... qualcuno più ambizioso di te ti passerà avanti. Come Norman Schein. Lui non è pauroso come te.»

Sam non disse nulla; continuò a fare il bagno. Ma gli tremavano le mani.


Poco tempo prima un curagazzo aveva sganciato delle complicate componenti meccaniche che erano, evidentemente, una forma di computer. Per diverse settimane i computer - se di questo si trattava - erano rimasti nei pressi del pozzo, chiusi nei loro cartoni, ma ora Norman Schein aveva trovato il modo di utilizzarli. Al momento era impegnato a adattare alcuni meccanismi, i più piccoli, per formare un'unità di smaltimento rifiuti per la sua cucina Perky Pat.

Schein invece era impegnato al tavolo degli hobby, e stava utilizzando gli speciali micro-strumenti - disegnati e costruiti dagli abitanti del pozzo - necessari per modellare gli oggetti della vita quotidiana di Perky Pat. Completamente assorto nel suo lavoro, si accorse tutto d'un tratto che Fran si trovava proprio di fronte a lui, e lo guardava.

«Divento nervoso quando mi guardano» disse Norm, tenendo un piccolo meccanismo con un paio di pinzette.

«Ascolta,» disse Fran «mi è venuta un'idea. Questo ti ricorda qualcosa?» Gli piazzò di fronte una delle radio a transistor che erano state sganciate il giorno prima.

«Mi ricorda che qualcuno ha già pensato all'apertura automatica del garage» disse Norm irritabile. Continuò a lavorare, adattando perfettamente i pezzi in miniatura allo scarico del lavandino della cucina di Pat: un lavoro così delicato richiedeva la massima concentrazione.

Fran disse: «Ti ricorda che ci devono essere delle radio trasmittenti da qualche parte sulla Terra, altrimenti i curagazzi non avrebbero sganciato queste.»

«E allora?» disse Norm, per nulla interessato.

«Forse il nostro sindaco ne ha una» suggerì Fran. «Forse ce n'è una proprio qui nel nostro pozzo, e potremmo usarla per chiamare il pozzo di Oakland. Alcuni rappresentanti di quel pozzo potrebbero incontrarci a metà strada... diciamo al pozzo di Berkeley. E potremmo giocare lì. Così non dovremmo fare quel viaggio lungo venti chilometri.»

Norman interruppe il suo lavoro; mise giù le pinzette e disse lentamente: «Forse hai ragione.» Ma se il sindaco Hooker Glebe aveva una radio trasmittente, gliel'avrebbe lasciata usare? E a quali condizioni?

«Possiamo provare» lo incitò Fran. «Tentar non nuoce.»

«Okay» disse Norm, alzandosi dal tavolo da lavoro.



Il sindaco del pozzo di Pinole, un omino dall'aspetto scaltro, con indosso un'uniforme dell'esercito, ascoltò in silenzio le parole di Norm Schein. Poi sorrise con aria astuta. «Certo che ho una radiotrasmittente. L'ho sempre avuta. Ha una potenza di cinquanta watt. Ma perché volete mettervi in contatto con il pozzo di Oakland?»

Guardingo, Norman rispose: «Questi sono affari miei.»

Hooker Glebe, dopo averci pensato un po', propose: «Ve la lascerò usare per quindici dollari.»

Fu un brutto colpo, e Norm si ritrasse inorridito. Buon Dio: era tutto quello che possedevano, lui e sua moglie - ne avevano bisogno fino all'ultimo dollaro per giocare a Perky Pat. I soldi erano la posta in gioco; non c'era un altro criterio per poter dire di aver vinto o perso. «È troppo» disse a voce alta.

«Va bene, facciamo dieci» disse il sindaco, stringendosi nelle spalle.

Alla fine si misero d'accordo sulla cifra di sei dollari e cinquanta centesimi.

«Stabilirò il contatto radio per voi» disse Hooker Glebe. «Perché voi non lo sapete fare. Ci vorrà tempo.» Cominciò a girare una manovella accanto al generatore della trasmittente. «Quando sarò riuscito a stabilire il contatto, ve lo farò sapere. Ma i soldi datemeli subito.» Tese la mano e, con grande riluttanza, Norm lo pagò.

Fu soltanto nel tardo pomeriggio che Hooker riuscì a stabilire un contatto con Oakland. Pieno di orgoglio, raggiante di soddisfazione, apparve alla dimora degli Schein, durante l'ora di cena. «Tutto a posto» annunciò. «Oh, sapete che in realtà ci sono nove pozzi a Oakland? Io non lo sapevo. Quale volete contattare? Io ne ho contattato uno che ha il nome in codice di Vaniglia Rossa.» Rise. «Laggiù sono duri e sospettosi; non è stato facile ottenere una risposta da uno di loro.»

Lasciando il suo pasto serale, Norman si affrettò verso la dimora del sindaco, con Hooker che ansimava dietro di lui.

La trasmittente, naturalmente, era accesa, e un rumore statico sibilò dall'altoparlante della sua unità ricevente. Un po' a disagio, Norm si sedette al microfono. «Devo solo parlare?» chiese a Hooker Glebe.

«Sì, di' soltanto: Qui è il pozzo di Pinole che chiama. Ripetilo un paio di volte e poi, quando loro ti risponderanno, di' quello che devi dire.» Il sindaco armeggiò con i comandi della trasmittente, dandosi molta importanza.

«Qui è il pozzo di Pinole» disse Norm nel microfono, a voce alta.

Quasi subito una voce chiara, proveniente dall'unità ricevente, disse: «Qui è Vaniglia Rossa Tre.» La voce era fredda e aspra; Norm ebbe la netta impressione che appartenesse a un alieno. Hooker aveva ragione. «Avete la bambola Connie laggiù?»

«Sì, ce l'abbiamo» rispose il casuale di Oakland.

«Bene, io vi sfido» disse Norman, sentendo pulsare le vene in gola per la tensione. «Noi abbiamo Perky Pat in questa zona; giocheremo la nostra Perky Pat contro la vostra bambola Connie. Dove ci possiamo incontrare?»

«Perky Pat» gli fece eco il casuale di Oakland. «Sì, la conosco. Quale sarebbe la posta che avete in mente?»

«Qui da noi si gioca soprattutto con le banconote» disse Norman, sentendo che la sua risposta era poco convincente.

«Siamo pieni di banconote» disse il casuale di Oakland, tagliando corto. «Non interessano a nessuno. Che altro?»

«Non so.» Si sentì impacciato a parlare con qualcuno che non poteva vedere: non ci era abituato. Le persone dovrebbero trovarsi faccia a faccia, pensò, per vedere l'espressione dell'interlocutore. Questo tipo di comunicazione non era naturale. «Incontriamoci a metà strada» disse «e parliamone. Forse possiamo incontrarci al pozzo di Berkeley; che ne dite?»

Il casuale di Oakland rispose: «È troppo lontano. Vuoi dire che dovremmo trasportare la nostra composizione Connie, l'amica del cuore, per tutta quella strada? È troppo pesante, e potrebbe succedergli qualcosa.»

«No, solo per discutere le regole e la posta in gioco» disse Norman.

Dubbioso, il casuale di Oakland rispose: «Bene, penso che si possa fare. Ma sarà meglio che vi mettiate in testa una cosa... noi prendiamo tremendamente sul serio la nostra bambola Connie; sarà meglio per voi scendere a patti.»

«Lo faremo» lo assicurò Norm.

Per tutto questo tempo il sindaco Hooker Glebe aveva girato la manovella del generatore; tutto sudato, con il volto paonazzo per lo sforzo, fece un gesto rabbioso verso Norm perché concludesse la sua lunga chiacchierata.

«Ci vediamo al pozzo di Berkeley» concluse Norm. «Fra tre giorni. E mandate il vostro migliore giocatore, quello che ha la composizione più grande e più autentica. Tenete presente che le nostre composizioni Perky Pat sono vere e proprie opere d'arte.»

Il casuale di Oakland rispose: «Ci crederemo quando lo vedremo. Dopo tutto, qui abbiamo carpentieri, elettricisti e stuccatori, che costruiscono le nostre composizioni; scommetto che voi invece siete degli inesperti.»

«Non tanto quanto pensiate» disse Norm infervorandosi, e poggiò il microfono. Poi disse a Hooker Glebe - che aveva immediatamente smesso di girare la manovella: «Li batteremo. Aspetta che vedano l'unità per lo smaltimento rifiuti che sto costruendo per la mia Perky Pat! Sapevi che ai vecchi tempi c'erano delle persone, voglio dire, veri esseri umani in carne e ossa, che non avevano le unità di smaltimento rifiuti?»

«Ricordo» disse scontroso Hooker. «Ehi, ho dovuto girare un sacco la manopola, troppo rispetto a quello che avete pagato. Mi avete fregato: avete parlato così a lungo...» Gli lanciò un'occhiata tanto ostile che Norm cominciò a sentirsi a disagio. Dopo tutto, il sindaco del pozzo aveva l'autorità per espellere chiunque; era la legge.

«Vi darò l'unità di allarme anti-incendio che ho finito l'altro giorno» disse Norm. «Nella mia composizione si trova all'angolo dell'isolato dove vive il fidanzato di Perky Pat, Leonard.»

«Bene» convenne Hooker, e la sua ostilità svanì. Fu rimpiazzata, in un attimo, dal desiderio. «Vediamola, Norm. Scommetto che farà la sua bella figura nella mia composizione; un'unità di allarme anti-incendio è proprio ciò che ci vuole per completare il mio primo isolato. Lo metterò accanto alla cassetta delle lettere. Grazie.»

«Prego» sospirò Norm, filosoficamente.


Quando ritornò dalla camminata di due giorni al pozzo di Berkeley, il suo volto era così imbronciato che sua moglie capì immediatamente che le trattative con la gente di Oakland erano andate male.

Quella mattina un curagazzo aveva lasciato cadere dei cartoni di una bevanda sintetica simile al tè; ne preparò una tazza per Norman, aspettando di sentire cosa era successo otto miglia più a sud.

«Abbiamo trattato» disse Norm, seduto stancamente sul letto che condivideva con la moglie e il figlio. «Non vogliono soldi; non vogliono beni... naturalmente, perché i dannati curagazzi sganciano regolarmente anche laggiù.»

«Cosa vorrebbero allora?»

«Perky Pat in persona» disse Norm; poi ammutolì.

«Oh buon Dio» disse lei spaventata.

«Ma se vinciamo,» fece notare Norm «conquistiamo Connie, l'amica del cuore.»

«E le composizioni? Che fine faranno?»

«Ci teniamo le nostre. In gioco c'è solo Perky Pat, non Leonard o qualcos'altro.»

«Ma cosa faremo se perdiamo Perky Pat?» protestò lei.

«Ne posso fare un'altra» disse Norm. «Ci vorrà un po' di tempo. C'è ancora una grossa scorta di termoplastica e di capelli artificiali, qui nel pozzo. E ho un sacco di vernici differenti; ci vorrebbe almeno un mese, ma potrei farlo. Non vedo l'ora di iniziare il lavoro, lo ammetto. Ma...» Gli brillarono gli occhi. «Non vedere tutto nero; immagina cosa significherebbe vincere la bambola Connie. Possiamo farcela; quello che ha risposto alla radio sembrava svelto e, come ha detto Hooker, un duro... ma quello con cui ho parlato io non mi è parso un tipo baciato dalla fortuna. Sai, uno di quelli che hanno dei grandi colpi di fortuna.»

Dopo tutto, l'elemento della fortuna, del caso, era presente in ogni fase del gioco attraverso il movimento della trottola segnapunti.

«Mi sembra un errore» disse Fran «mettere in palio la stessa Perky Pat. Ma se lo dici tu...» Cercò di sorridere. «Io sono con te. E se vinci la bambola Connie... chissà? Potresti essere eletto sindaco quando Hooker morirà. Immagina, vincere la bambola di qualcun altro... non il gioco, i soldi, ma la bambola stessa.»

«Io posso vincere, perché sono baciato dalla fortuna» disse Norm tutto serio. La sentiva vicina, quella stessa casualità che gli aveva consentito di sopravvivere alla guerra all'idrogeno, che lo aveva tenuto in vita fino a quel momento. O ce l'hai o non ce l'hai, si rese conto. E io ce l'ho.

Sua moglie disse: «Non dovremmo forse chiedere a Hooker di convocare un incontro con tutti quelli che vincono nel pozzo, e mandare il miglior giocatore di tutto il gruppo? Così da essere ancor più sicuri di vincere?»

«Stammi a sentire» disse Norm Schein con enfasi. «Sono io il miglior giocatore. Andrò io... e anche tu; siamo una buona squadra, e non vedo il motivo di cambiarla. Comunque, avremo bisogno di almeno due persone per trasportare la composizione Perky Pat.» In tutto, giudicò lui, la loro composizione pesava venti chili.



Il suo piano gli sembrava soddisfacente. Ma quando ne parlò con gli altri che vivevano nel pozzo di Pinole si trovò a dover affrontare una netta opposizione. Trascorsero tutto il giorno successivo a litigare e a discutere.

«Non potete trasportare la vostra composizione per tutta quella strada da soli» disse Sam Regan. «O portate altra gente con voi o la trasportate su un qualche tipo di veicolo. Come un carretto.» Guardò accigliato Norm.

«E dove lo trovo un carretto?» domandò Norm.

«Forse si potrebbe adattare qualcosa» disse Sam. «Ti darò tutto l'aiuto di cui hai bisogno. Personalmente, io verrei con voi, ma come ho già detto a mia moglie, tutta questa storia mi preoccupa.» Diede una pacca sulla schiena a Norm. «Ammiro il vostro coraggio, tuo e di Fran... partire così, su due piedi... Vorrei avere anch'io lo stesso fegato.» Sembrava infelice.

Alla fine, Norm scelse un carretto. Lui e Fran avrebbero spinto a turno. In quel modo nessuno di loro due avrebbe dovuto portare un carico, fatta eccezione per il cibo e l'acqua, e naturalmente i coltelli con cui difendersi dagli pseudo-gatti.

Mentre stavano collocando con cura gli elementi della loro composizione nel carretto, arrivò di corsa il figlio di Norm Schein, Timothy. «Papà, portatemi con voi» implorò. «Per cinquanta centesimi farò da guida ed esploratore, e vi aiuterò anche a procurarvi il cibo per strada.»

«Ce la caveremo» disse Norm. «Tu rimarrai nel pozzo; qui sarai più al sicuro.» Non gli piaceva l'idea di suo figlio che li seguiva in un'impresa importante come quella. Era quasi... sacrilego.

«Dacci un bacino di addio» disse Fran a Timothy, sorridendogli per un istante; poi la sua attenzione ritornò alla composizione all'interno del carretto. «Spero che non si rovesci» disse spaventata a Norm.

«Non succederà, se stiamo attenti» rispose Norm. Si sentiva sicuro di sé.

Alcuni istanti dopo cominciarono a spingere il carretto su per la rampa fino alla botola in cima. Il loro viaggio verso il pozzo di Berkeley era cominciato.


A un chilometro di distanza dal pozzo di Berkeley lui e Fran cominciarono a inciampare sui canestri vuoti. Alcuni erano vuoti solo in parte: i resti dei pacchi-cura erano ancora sparsi tutto intorno al pozzo. Norm Schein fece un sospiro di sollievo; il viaggio non era stato così tenibile, dopo tutto, tranne per il fatto che gli erano venute le vesciche alle mani a forza di tenere strette le stanghe di metallo del carretto, e Fran si era storta una caviglia, e ora camminava zoppicando dolorosamente. Ma ci avevano messo meno tempo di quanto avesse previsto, e il suo umore era alle stelle.

Di fronte a loro apparve una figura acquattata nella cenere. Un ragazzino. Norm gli fece cenno e lo chiamò: «Ehi, ragazzino... veniamo dal pozzo di Pinole; abbiamo un appuntamento con una delegazione di Oakland... ti ricordi di me?»

Il ragazzino si voltò e scappò via senza rispondere.

«Non c'è da aver paura» disse Norm a sua moglie. «Sta andando ad avvisare il sindaco. Un simpatico vecchietto di nome Ben Fennimore.»

Presto apparvero diversi adulti, che si avvicinavano con cautela.

Con un senso di sollievo, Norm appoggiò il carretto nella polvere, lasciando la presa e pulendosi il volto con un fazzoletto. «È già arrivata la squadra di Oakland?» chiese ad alta voce.

«Non ancora» rispose un uomo anziano, alto, con una fascia bianca al braccio e il cappellino decorato. «Lei è Schein, vero?» chiese, aguzzando la vista. Era Ben Fennimore. «È già qui con la sua composizione.» Ora i casuali di Berkeley avevano cominciato ad affollarsi intorno al carretto, ispezionando la composizione degli Schein. I loro volti mostravano ammirazione.

«Qui hanno Perky Pat» spiegò Norm a sua moglie. «Ma...» abbassò la voce. «Le loro composizioni consistono solo degli elementi essenziali. Una casa, un guardaroba e un'auto... non hanno costruito quasi niente. Non hanno immaginazione.»

Un casuale di Berkeley, una donna, chiese sorpresa a Fran: «Vi costruite i mobili da soli?» Meravigliata, si rivolse all'uomo accanto a lei: «Vedi quanti progressi hanno fatto, Ed?»

«Sì» rispose l'uomo, annuendo. «Ehi,» chiese a Fran e Norm «possiamo vedere la composizione completa? La sistemerete nel nostro pozzo, vero?»

«Sì, proprio così» rispose Norm.

Il casuali di Berkeley li aiutarono a spingere il carretto per l'ultimo chilometro. E in men che non si dica stavano discendendo la rampa, verso il pozzo sotto la superficie.

«È un pozzo grande» spiegò Norm a Fran, con l'aria di chi sa quello che dice. «Ci saranno all'incirca duemila persone. Qui una volta c'era l'Università della California.»

«Capisco» disse Fran, un po' intimidita all'idea di entrare in un pozzo estraneo; era la prima volta in tanti anni - sin dalla guerra, in effetti - che vedeva degli stranieri, e così tanti insieme. Era troppo per lei; Norm la sentì rattrappirsi, quasi, stringendosi contro di lui per la paura.



Quando ebbero raggiunto il primo livello e si apprestarono a scaricare il contenuto del carretto, Ben Fennimore venne da loro e disse con un filo di voce: «Penso che la gente di Oakland sia già stata avvistata; abbiamo ricevuto un rapporto che segnala dei movimenti in superficie. Quindi, preparatevi.» E aggiunse: «Naturalmente tifiamo per voi, perché voi siete Perky Pat, come noi.»

«Avete mai visto la bambola Connie?» gli chiese Fran.

«No, signora» rispose Fennimore cortesemente. «Ma naturalmente ne abbiamo sentito parlare, essendo vicini ai pozzi di Oakland. Vi dirò una cosa... Abbiamo saputo che la bambola Connie è un po' più vecchia di Perky Pat. Sapete... più, uhm, matura.» E spiegò: «Volevo solo prepararvi a questo.»

Norm e Fran si guardarono. «Grazie» disse Norm lentamente. «Sì, dobbiamo essere il più preparati possibile. Che ne dice di Paul?»

«Oh, non è un granché» rispose Fennimore. «È Connie che pensa a tutto; penso che Paul non abbia neanche un appartamento tutto suo. Ma vi conviene aspettare che arrivino i casuali di Oakland; non voglio indurvi in errore... la mia conoscenza è tutta per sentito dire, capite.»

Un altro casuale di Berkeley, che stava lì accanto, disse ad alta voce: «Ho visto Connie una volta, ed è molto più adulta di Perky Pat.»

«Quanto pensa che abbia Perky Pat?» gli chiese Norm.

«Oh, direi diciassette-diciotto anni.»

«E Connie?» Aspettò teso una risposta.

«Oh, avrà venticinque anni.»

Sentirono dei rumori provenire dalla rampa alle loro spalle. Apparvero altri casuali di Berkeley, e, subito dopo, due uomini che portavano una piattaforma su cui Norm vide dispiegarsi una grande, spettacolare composizione.

Ecco la squadra di Oakland, e non era una coppia, un uomo con la moglie; erano due uomini, e avevano i volti da duri, con gli occhi freddi e distanti. Girarono di scatto la testa, notando la loro presenza. Poi, con mille attenzioni, posarono la piattaforma su cui si trovava la loro composizione.

Li seguiva un terzo casuale di Oakland che trasportava una scatola di metallo, molto simile a una pentola. Norm, guardandola, capì istintivamente che nella scatola c'era la bambola Connie. Il casuale di Oakland tirò fuori una chiave e cominciò ad aprire la scatola.

«Siamo pronti a cominciare quando volete» disse il più alto degli uomini provenienti da Oakland. «Come abbiamo pattuito nella nostra discussione, utilizzeremo una trottola segnapunti numerata invece dei dadi. In questo modo ci saranno meno possibilità di imbrogliare.»

«D'accordo» replicò Norm. Esitando gli tese la mano. «Sono Norman Schein e questa è mia moglie e la mia partner di gioco Fran.»

L'uomo di Oakland, evidentemente il leader, disse: «Sono Walter R. Wynn. Questo è il mio partner, Charley Dowd, e l'uomo con la scatola è Peter Foster. Non giocherà; fa solo la guardia alla composizione.» Wynn si guardò intorno, e fissò i casuali di Berkeley come se volesse dire: so che qui tifate tutti per Perky Pat, ma non ce ne frega niente; non abbiamo paura.

«Siamo pronti a giocare, signor Wynn.» disse Fran con voce bassa e controllata.

«E i soldi?» chiese Fennimore.

«Penso che tutte e due le squadre abbiano molti soldi» disse Wynn. Tirò fuori diverse migliaia di dollari in banconote, e Norm fece lo stesso. «I soldi naturalmente non sono in palio, tranne che come mezzo per condurre il gioco.»

Norm annuì; capiva perfettamente. Solo le bambole erano importanti. E, per la prima volta, vide la bambola Connie.

Il signor Foster, che evidentemente ne era il responsabile, la stava sistemando nella sua camera da letto. E la sua vista gli mozzò il respiro. Sì, era più adulta. Una donna fatta, non una ragazza... la differenza tra lei e Perky Pat era notevole. Ed era così realistica. Scolpita, non fusa; evidentemente era stata intagliata nel legno e poi dipinta... non era una bambola in termoplastica. E i suoi capelli sembravano proprio veri.

Era molto impressionato.

«Cosa ne pensa?» chiese Walter Wynn, con un ghigno appena accennato.

«Fa un certo effetto» concesse Norm.

Ora i casuali di Oakland stavano studiando Perky Pat. «Termoplastica fusa» disse uno di loro. «Capelli artificiali. Però ha dei bei vestiti; tutti cuciti a mano, si vede benissimo. Interessante; quello che avevamo sentito dire corrispondeva al vero. Perky Pat non è un'adulta, è solo una teenager.»

Spuntò fuori il compagno maschile di Connie. Venne sistemato nella camera da letto accanto a Connie.

«Aspetta un momento,» disse Norm «state mettendo Paul o come si chiama nella camera da letto insieme a Connie? Non ha un suo appartamento?»

«Sono sposati» rispose Wynn.

«Sposati!?!» Norman e Fran lo guardarono ammutoliti per lo stupore.

«Certo» disse Wynn. «È naturale che vivano insieme. Le vostre bambole non lo sono, vero?»

«N-no» disse Fran. «Leonard è il fidanzato di Perky Pat...» Le mancava la voce. «Norm» disse lei, afferrandogli il braccio. «Non gli credo; penso che stia dicendo che sono sposati per ottenere un vantaggio. Perché se loro partono insieme dalla stessa stanza...»

Norm disse ad alta voce: «Ehi voi, scusate. Non è leale, definirli sposati.»

«Ma noi non li stiamo affatto 'definendo' sposati,» rispose Wynn «sono sposati. Si chiamano Connie e Paul Lathrope, residenti in Arden Place n. 24, Piedmont. Sono sposati da un anno, come vi dirà la stragrande maggioranza dei giocatori.» La sua voce era calma.

Forse è vero, pensò Norm. Era veramente scosso.

«Guardateli insieme» disse Fran, inginocchiandosi per esaminare la composizione dei casuali di Oakland. «Nella stessa camera da letto, nella stessa casa. Non vedi? C'è solo un letto. Un gran letto matrimoniale.» Roteando gli occhi come una matta, si rivolse a Norm. «Come possono Perky Pat e Leonard competere con loro?» Le tremava la voce. «Non è moralmente giusto.»

«Questo è un tipo di composizione completamente diverso» disse Norm a Walter Wynn. «È completamente diversa rispetto a quelle cui siamo abituati, come potete vedere.» Indicò la loro composizione. «Io insisto che in questo gioco Connie e Paul non vivano insieme e non siano considerati sposati.»

«Ma lo sono» disse Foster alzando la voce. «È un fatto. Guardate... i loro vestiti sono nello stesso armadio.» Mostrò loro l'armadio. «E nella stessa cassettiera.» Mostrò loro anche quella. «E guardate in bagno. Due spazzolini da denti. Di lui e di lei, nello stesso portaspazzolini. Così potete constatare che non stiamo imbrogliando.»

Silenzio.

Allora Fran disse con voce strozzata: «Ma se sono sposati... volete dire che hanno avuto rapporti... intimi?»

Wynn alzò un sopracciglio, poi annuì. «Certo, dal momento che sono sposati. C'è qualcosa di male?»

«Perky Pat e Leonard non hanno mai...» cominciò Fran, ma poi si interruppe.

«Naturalmente no» convenne Wynn. «Perché si limitano a uscire insieme. Si capisce.»

Fran disse: «È che proprio non possiamo giocare. Non possiamo.» Afferrò il braccio del marito. «Norman, ti prego... torniamo al pozzo di Pinole.»

«Aspettate» disse Wynn bruscamente. «Se non giocate, significa che vi arrendete; dovete consegnarci Perky Pat.»

Tutti e tre i casuali di Oakland annuirono. E anche molti dei casuali di Berkeley stavano annuendo, compreso Ben Fennimore.

«Hanno ragione» disse Norm a sua moglie, in tono grave. «Dovremo consegnarla. È meglio che giochiamo, cara.»

«Sì» disse Fran con una voce inerte, priva di intonazione. «Giocheremo.» Si chinò e senza dire una parola fece girare la trottola segnapunti. Si fermò sul sei.

Sorridendo, Walter Wynn si inginocchiò e fece girare la trottola. Ottenne un quattro.

Il gioco era cominciato.

Acquattato dietro gli sparsi resti deteriorati di un pacco-cura sganciato tanto tempo prima, Timothy Schein vide arrivare attraverso la cenere sua madre e suo padre, che spingevano il carretto davanti a loro. Avevano un aspetto stanco ed esausto.

«Ciao!» gridò Timothy, saltando di gioia all'idea di vederli di nuovo: gli erano mancati molto.

«Ciao, figlio mio» mormorò suo padre, annuendo. Lasciò andare le stanghe del carretto, poi si fermò e si pulì la faccia con il fazzoletto.

Arrivò di corsa Fred Chamberlain, ansimando. «Salve, signor Schein; salve, signora Schein. Ehi, avete vinto? Avete battuto i casuali di Oakland? Scommetto di sì, vero?» Il suo sguardo andò dall'uno all'altro.

Con un filo di voce Fran disse: «Si, Freddy, abbiamo vinto.»

Norm aggiunse: «Guarda nel carretto.»

I due ragazzini guardarono. E lì, fra gli accessori di Perky Pat, giaceva un'altra bambola. Più grande, più definita nei dettagli, molto più adulta di Perky Pat... loro la guardarono e lei continuò a guardare in alto, senza vedere, verso il cielo grigio. Dunque questa è la bambola Connie, l'amica del cuore, disse fra sé Timothy. Che fico!

«Siamo stati fortunati» disse Norm. Ora diverse persone erano emerse dal pozzo e si stavano radunando, per ascoltare il loro racconto. Jean e Sam Regan, Tod Morrison e sua moglie Helen, e lo stesso sindaco, Hooker Glebe, che avanzava ondeggiando, eccitato e nervoso, con il volto paonazzo, ansimando per la fatica - inconsueta per lui - di salire la rampa.

Fran raccontò: «Abbiamo ottenuto una carta cancella-debiti, proprio quando eravamo più indietro. Avevamo un debito di cinquantamila dollari, e la carta ci ha fatto tornare alla pari con i casuali di Oakland. E poi, dopo questa mossa, ci è venuta una carta 'avanza di dieci caselle', che ci ha fatti arrivare proprio sulla casella del jackpot, almeno nella nostra composizione. Abbiamo cominciato a litigare di brutto, perché i casuali di Oakland ci hanno mostrato che nella loro composizione c'era una casella 'tassa sulle proprietà immobiliari', ma avevamo estratto un numero dispari e questo ci aveva riportati sul nostro tabellone.» Sospirò. «Sono contenta di essere tornata. È stata dura, Hooker; è stata una partita molto combattuta.»

Hooker Glebe disse ansimando: «Diamo tutti un'occhiata alla bambola Connie, gente.» Rivolgendosi a Fran e a Norm aggiunse: «La posso sollevare per farla vedere a tutti?»

«Certo» rispose Norm, annuendo.

Hooker prese la bambola Connie. «Certo che è molto realistica» disse analizzandola. «I vestiti non sono belli come i nostri, sembrano fatti a macchina.»

«Infatti è così» convenne Norm. «Ma lei è scolpita, non fusa.»

«Sì, lo vedo» Hooker rigirò la bambola, ispezionandola da tutte le angolazioni. «Un buon lavoro. È... uhm, un po' più pienotta di Perky Pat. Cos'è questo completo che ha indosso? Sembra tweed.»

«Un vestito da donna in carriera» disse Fran. «Lo abbiamo vinto insieme alla bambola; ci eravamo messi d'accordo in precedenza.»

«Vedete, lei ha un lavoro» spiegò Norm. «È consulente psicologa per una ditta che fa ricerche di mercato. Svolge indagini sui gusti dei consumatori. Un posto ben remunerato... mi sembra che Wynn abbia detto che guadagna ventimila dollari l'anno.»

«Perdio!» esclamò Hooker. «E Pat invece deve ancora andare all'università; non ha nemmeno finito le scuole superiori.» Sembrava preoccupato. «Be', suppongo che dovevano per forza essere davanti a noi, a ogni modo. L'importante è che avete vinto.» Un sorriso gioviale tornò a illuminargli il volto.

«Perky Pat ha prevalso.» Tenne sollevata la bambola Connie, così che tutti potessero vederla. «Guardate cosa hanno riportato Norm e Fran, gente!»

«Maneggiala con cura, Hooker» disse Norm. La sua voce era decisa.

«Eh?» fece Hooker, bloccandosi. «Perché, Norm?»

«Perché sta per avere un bambino.»

Calò un silenzio improvviso. La cenere intorno a loro si mosse impercettibilmente, e fu quello l'unico suono che si sentì.

«Come fai a saperlo?» chiese Hooker.

«Ce l'hanno detto loro, i casuali di Oakland. E abbiamo vinto anche questo... dopo un litigio che ha richiesto l'intervento di Fennimore per calmare le acque.» Allungando la mano nel carretto, ne tirò fuori una piccola borsa di pelle, e da essa estrasse con cura un neonato rosa scolpito. «Abbiamo vinto anche questo perché Fennimore è stato d'accordo con noi sul fatto che da un punto di vista tecnico fa letteralmente parte della bambola Connie, a questo punto.»

Hooker rimase a fissarlo per molto, molto tempo.

«È sposata» spiegò Fran «con Paul. Non escono solo insieme. Lei è incinta di tre mesi, ci ha detto il signor Wynn. Non ce l'ha detto fino a quando non abbiamo vinto; non voleva dircelo neanche allora, ma hanno sentito l'esigenza di farlo. Penso che avessero ragione; non sarebbe servito a niente tacerlo.»

Norm disse: «E in aggiunta c'è anche l'accessorio 'embrione già formato'...»

«Sì» concluse Fran. «Devi aprire Connie, naturalmente, per vederlo...»

«No» aggiunse Jean Regan. «Per favore, no.»

«No, signora Schein, non lo faccia» insisté Hooker. Si tirò indietro.

Fran disse: «Naturalmente in un primo tempo siamo rimasti scioccati, ma...»

«Vedete,» si intromise Norm «è logico; dovete seguire la logica. Perché prima o poi anche Perky Pat...»

«No» squittì Hooker reagendo violentemente. Si chinò, prese una pietra tra la cenere ai suoi piedi. «No» ripeté, e alzò il braccio. «Basta, voi due. Non dite più una sola parola.»

Ora anche i Regan avevano raccolto delle pietre. Nessuno parlava.

Alla fine Fran disse: «Norm, dobbiamo andarcene di qui.»

«Giusto» disse Tod Morrison. Sua moglie annuì tutta seria.

«Tornatevene a Oakland» ordinò Hooker a Norman e a Fran Schein. «Voi non potete più vivere qui. Siete diversi da come eravate prima. Siete... cambiati.»

«Sì» convenne Sam Regan lentamente, quasi fra sé. «Avevo ragione io; c'era qualcosa da temere.» Poi, rivolto a Norm Schein: «È dura arrivare a Oakland?»

«Siamo andati solo a Berkeley» disse Norm. «Al pozzo di Berkeley.» Sembrava sconcertato e sbalordito da ciò che stava accadendo. «Mio Dio,» aggiunse «non possiamo fare marcia indietro e spingere di nuovo questo carretto fino a Berkeley... siamo esausti, abbiamo bisogno di riposo!»

Sam Regan propose: «E se spingesse qualcun altro?» Andò dagli Schein e si mise accanto a loro. «Spingerò io questo maledetto carretto. Tu farai strada, Schein.» Guardò sua moglie, ma Jean non si mosse. E non mise giù la sua manciata di sassi.

Timothy Schein toccò il braccio di suo padre. «Posso venire questa volta, papà? Per favore, fammi venire con te.»

«Okay» disse Norm, quasi fra sé. Ora si era ripreso. «Qui non ci vogliono.» Si rivolse a Fran. «Andiamo. Sam spingerà il carretto; penso che possiamo farcela ad arrivare là prima che faccia notte. Altrimenti dormiremo all'aperto; Timothy ci aiuterà a proteggerci dagli pseudo-gatti.»

«A quanto pare non abbiamo scelta» disse Fran, pallida in volto.

«E portate via anche questo» aggiunse Hooker. Diede loro il piccolo bambino scolpito. Fran Schein lo prese e lo ripose teneramente nella sua borsa di pelle. Norm rimise la bambola Connie dentro il carretto, al suo posto. Erano pronti a tornare indietro.

«Succederà anche qui, prima o poi» disse Norm, al gruppo di persone, ai casuali di Pinole. «Oakland è solo più avanti di noi; tutto qui.»

«Andatevene» li incitò Hooker Glebe. «Partite subito.»

Annuendo, Norm fece per afferrare le stanghe del carretto, ma Sam Regan lo scansò e le prese lui. «Andiamo» disse.

I tre adulti, con Timothy Schein davanti, il coltello sguainato - nel caso qualche pseudo-gatto attaccasse - si misero in moto in direzione di Oakland, verso sud. Nessuno parlò. Non c'era niente da dire.

«Peccato che sia andata così» esclamò infine Norm, quando avevano percorso quasi un chilometro e non si vedeva alcun segno dei casuali di Pinole dietro di loro.

«Ma no,» disse Sam Regan «forse è meglio così.» Non sembrava tanto abbattuto. Dopo tutto aveva perso la moglie; aveva perso più di chiunque altro, eppure... era sopravvissuto.

«Sono contento che la pensi come me» disse Norm, serissimo.

Continuarono a camminare, ognuno immerso nei propri pensieri.

Dopo un po', Timothy disse a suo padre: «Tutti questi grandi pozzi al sud... ci sono molte più cose da fare, vero? Voglio dire, non si sta tutto il tempo a giocare.» Sperava ardentemente di no.

«No, non si gioca soltanto» rispose suo padre.

Sopra di loro, una nave-cura fischiò a gran velocità e poi scomparve quasi subito; Timothy la vide passare, ma senza un particolare interesse, perché di fronte a loro c'erano tante altre cose da guardare, sul terreno e sottoterra, più a sud.

Suo padre mormorò: «Quei casuali di Oakland hanno imparato qualcosa dal loro gioco, dalla loro bambola. Connie doveva crescere e ciò ha costretto tutti loro a crescere insieme a lei. I nostri casuali non hanno mai imparato da Perky Pat. Mi chiedo se impareranno mai. Lei dovrà crescere così come ha fatto Connie. Connie dev'essere stata come Perky Pat, una volta, tanto tempo fa.»

Per nulla interessato a ciò che suo padre stava dicendo - chi se ne fregava delle bambole e dei giochi di bambole? - Timothy cominciò ad andare in avanscoperta, cercando di vedere cosa c'era di fronte a loro, le opportunità e le possibilità, per lui, per sua madre e suo padre, e anche per il signor Regan.

«Non vedo l'ora di arrivare» urlò a suo padre, voltandosi, e Norm Schein riuscì ad abbozzare un debole, faticoso sorriso di risposta.
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Scritto nel 1964 e pubblicato nel 1965 dalla Doubleday, "Le tre stimmate di Palmer Eldritch" è stato osannato come un grande romanzo psichedelico, una navigazione allucinata in un mondo surreale creato dalla droga e dominato dall'inquietante figura di un mostruoso imprenditore-spacciatore, non del tutto umano e forse strumento di un'oscura divinità. Ma dietro la storia di una delle più originali invasioni aliene mai raccontate si nascondono diversi livelli di lettura, dove la provocatoria meditazione teologica va a braccetto con la denuncia politica e sociale. Palmer Eldritch, produttore e spacciatore del chew-z, è forse un abominevole Cristo negativo, forse personificazione di una tecnica che tutto vede, afferra e mastica; ma forse è solo una povera vittima, un uomo qualunque..... Introduzione di Carlo Pagetti. Postfazione di Giuseppe di Costanzo.